Eruzioni balcaniche

Nato in Albania ma da anni in Italia, l’autore mette in scena una girandola di storie alla Kusturica. Tra folklore e poesia

Stavolta la dicitura promozionale sulla copertina de Il mare è rotondo di Elvis Malaj (Rizzoli) – e cioè “romanzo balcanico” – dice la verità sul libro, impregnato di una vitalità sgangherata, piacaresca “festosamente barbarica”, che di solito associamo ai popoli balcanici e slavi, che ritroviamo nel film di Kusturica e nelle musiche di Brogović. Si tratta in parte di un clichè, fatto di verità antropologica e di immaginario, però in queste pagine il folklore più colorato – la gente che ai matrimoni spara in aria con kalasnikov dalle auto addobbate, le donne sequestrate dai fututri sposi come in un rituale arcaico!- viene raccontato con umorismo estraniato. la’utore nato in Albania nel 1990, e trasferitosi in Italia a 15 anni, mette in scena nel romanzo di esordio un giovane albanese che potrebbe avere la sua età, Ujkan, licenziato e con il sogno di raggiangere l’Italia. Copo un primo tentativo andato a vuoto, in una scena tragicomica davanti alla costa pugliese, mette da parte i soldi per riprovarci ma gli va tutto storto. La metafora del mare rotondo – anche titolo del romanzo dell’amico Sulejman – per cui si torna al punto di partenza, tinge l’intero romanzo di una surrealtà poetica: e se proprio i desideri circolari, cioè impossibili, fantasmatici, fossero il vero propellente delle nostre azioni? Fin dalle prime pagine Ujkan viene seguito meticolosamente nella sua vita quotidiana, svagata e dissipatoria: espedienti per sopravvivere (raccoglie ferraglia arrugginita per venderla bene: il ferro serve al cemento armato dei nuovi edifici), incontri inattesi, amici lamentosi e balordi, disavventure, febbri improvvise, pestaggi, vita di caffè, e sopratutto la infatuazione per la 23enne Irene, bella e sfuggente, che alla fine lui conquista quasi solo per estenuazione (il corteggiamento è di una comicità irresistibile). Il carattere ferino di questa cultura traspare dalla violenza del turpiloquio (alla fine troviamo un utile glossario: tra le molte espressioni cito solo “scopagli i morti”, ma c’è anche “bese” che si riferiscono alla parola data). Malaj svincola la narrativa migrante dal dovere della testimonianza, e anche dalla retorica della diversità: questi personaggi ci somigliano, anche loro con identità multiple, eppure anche un pò alieni, da una parte uniformati dalla globalizzazione (aspirano agli stessi consumi tutti) e dalla’altra sigillati in una subcultura prossima al mondo contadino e a codici tribali: la ragazza spara con la pistola al suo ex che lavora in un ristorante, e in un’altra scena un cantautore fallito tenta di suicidarsi sparandosi in bocca ma si buca una guancia e ammazza per sbaglio uno spettatore del concerto. Certo, i diverbi di Ujkan e dei suoi amici con gli irrequieti tzigani in una periferia di rottami, baracche con antenne paraboliche, strade polverose e vecchie Mercedes, fa molto fiction tv. Ma i dialoghi -vero punto di forza-hanno una verità percussiva, e la lingua scabra di Malaj evita gli effetti spettacolari puntando su tutto ciò che dentro quell’inferno pure si contrappone ad esso, o prova a farlo: Irene quando guardava il soffitto “guardava oltre, vedeva se stessa… quella mattina però nel soffitto non vedeva niente”. Si parla molto e con trasporto di scrittura, libri, storie, letteratura (un autore citato Čechov), eppure l’amico scrittore, Sulejman, dice a una commessa, sua fan, che secondo un sondaggio i romanzi che pubblica piacciono solo ai depravati e ai maniaci. A un certo punto la trama si ingarbuglia, come un piatto balcanico infarcito di troppe spezie, e somiglia a un noir metropolitano in cui  si apprende perfino di un tentato golpe in Albania. Però la vicenza, scandita dal ramadan, si conclude con un finale che sembra sfidare la immobile “rotondità” del destino del protagonista. Ujkan, insieme a Irene, sfonda con un camion a tutta velocità il muro di recinzione dell’ambasciata italiana. Si ribaltano e si ritrovano circondati da guardie armate che gli puntano i fucili. Ma lui si accende una sigaretta e offre il pacchetto agli altri. Una catastrofe che contiene un principio di salvezza, una gioiosa devastazione, come nel finale dei Blues Brothers, accolta con spavalda leggerezza.

Filippo Porta